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Titolo:namibiamoremio-impressioni di viaggio
di: Amy
August 25, 2011, 5:04 pm

DIC/GEN 2010/2011 Il primo passaggio rimarchevole: una veduta mozzafiato su un ampio paesaggio che si apre dinanzi, marrone e grullo, dotato di un “agganciante” aspetto di forza, di indistruttibile mutevolezza, che cambia nelle buche nelle asperita' ma mai nel suo essenziale respiro marrone e vasto, pare una promessa d’infinito. E invece, nel corso del viaggio scoprirò che e' solo un piccolo assaggio di meravigliose mutevoli vastità che paiono promettere l’infinito – un piccolo assaggio neanche troppo succulento, se non fosse che è l’inizio – perché in Namibia, spazi sconfinati, immense magie della natura, del territorio, della roccia, si materializzano quasi ad ogni tratto di strada. Credo sia lo Spreetshoogte Pass. Scendiamo per una strada ripidissima, che neanche le più adrenaliniche montagne russe del luna park quand’ero bambina. Per fortuna hanno saggiamente asfaltato i tratti peggiori. Per fortuna l’abilissima autista lavora di freni e marce basse, raccontandomi di come dei tipi non siano riusciti a fare la tal curva, siano usciti di strada e siano morti tutti. Scendiamo nell’immenso. Solitaire. Vecchie auto d’epoca colorate che spuntano dalla sabbia, come una rivisitazione alla Asimov di un cimitero scomposto, con morti che vogliono tornare a vivere. Nel deserto. Pompe di benzina, stazione di servizio, negozio souvenir, bar-tavola calda, il bagno più pulito che abbia mai incontrato, enormi gruppi di fichi d’india, la pompa per estrarre l’acqua dal suolo, il suo aspetto di piccolo mulino a vento sospeso in aria, di ferro nero, donchisciottesco. Per tornare a vivere, eventualmente, basta mangiare la torta di mele fatta in casa che vendono sul posto. Sossusvlei. Hudia Lodge. Una meraviglia. Sono convinta sia meglio non guardare (via internet per esempio) come sono gli alloggi e godere di quel che viene. Perché poi in vacanza mi è più facile godere della mezza bottiglia piena piuttosto che incazzarmi per la mezza bottiglia vuota; e funziona, è veramente meglio così. Oh David, non mi hai mai più scritto! In dicembre in Namibia è piena estate. Ci si alza all’alba per andare a vedere le dune, per evitare il caldo eccessivo. Fra la notte e il non ancora giorno, già appena fuori dalla stanza, fuori nel deserto fra i deserti più antichi del mondo, i colori sono qualcosa di eccezionale e indescrivibile. Come poi là, ai piedi della duna più alta. Non importa se un attacco di caccarella mi ha fatto correre al cesso – è stata comunque un’esperienza, che mi ha fatto toccare con mano la capacità del Paese di lasciare il più intatto possibile l’ambiente senza per questo negare ai suoi umani abitanti (anche transitori) le prime elementari necessità, almeno là dove possibile. Un cesso in mezzo a una smisurata distesa di sabbia – lasciamo stare che il servizio di pulizie è per forza di cose carente – però un cesso in mezzo al deserto, ad un vero deserto, beh, almeno sul momento dell’impellenza, m’è parso una cosa straordinaria! Poi mi incammino su per la duna. Arrivo neanche a metà e sono già senza fiato; penso che è il fumo, è normale, pazienza. Scatto foto per avere la scusa di fermarmi a respirare. In realtà in Namibia puoi pure scattare foto a caso, puoi anche fare a meno di guardare nell’obbiettivo: 99 volte su 100 l’immagine verrà comunque bella, perché è così. E’ la Namibia: più fotogenica di una modella iperprofessionista. Boccheggio, inizio a sentire il caldo, ma alla fine ce la faccio. Sono sopra, sono su quella cresta rossa che da sotto pare disegnata con un pennino sullo smalto azzurro del cielo; fra il rosso della sabbia e l’azzurro del cielo una linea sottile, precisa, senza sbavature, sinuosa e curvilinea, pare quasi debba condurre in paradiso, e qua su è veramente come un paradiso se il paradiso è un senso di elevazione e beatitudine, di pace e armonia, di tutto e niente, la sensazione di avere già tutto e niente da desiderare. Per un attimo è così. Emozionanti i cinque chilometri in 4x4 sulla sabbia. Poi due tavole fra gli alberi, stile pic-nic, e frotte di uccellini a disputarsi le briciole dei nostri cracker, vicini che quasi li potevi toccare; finché non è arrivato quello grosso bianco e nero e tutti i piccoli a svolazzare via congestionando l’aria di piume impaurite e frementi. La passeggiata. Per fortuna ci siamo alzati all’alba, o saremmo giunti a mettere in atto questa camminata in tempo per colare e liquefarci. La valle della morte, o come la chiamano. Da piccola con mio fratello andavamo alla ricerca di fossili, in un torrente che passa dietro la chiesa del paese, rinvenivamo piccole conchiglie fossilizzate che avevano attraversato le ere. Ma le piante fossilizzate… fa uno strano effetto, come gironzolare nella scena di un film in pausa, o forse ancor meglio, come aver fatto un viaggio nella macchina del tempo di Wells ed essere finito in una sorta di preistoria esoterica, la preistoria di un reale alternativo… il reale delle piante di pietra, nere, granitiche, prossime all’immortalità. Verso Swakopmund, i passi vertiginosi – molto molto meglio del luna park – di Kuiseb e Gaub. L’energia, l’energia di questa terra, che sento vibrarmi dentro, come forza e gioia, come vita e vita, e che sento ovunque in Namibia, soprattutto appena esco dalla città, mi pare quasi di vederla vibrare nelle rocce, mutevoli e ferme come il panta rei di Eraclito. Passiamo anche per il Tropico del Capricorno, come ci informa un pittoresco cartello che pare dire “fotografami”. Mi viene in mente Henry Miller e il suo scrivere ribelle volgare e depresso. Cosa avrebbe scritto di un cartello del genere? Forse preferisco non saperlo. Swakopmund. Si potrebbe scrivere un libro intero su Swakopmund. Per lo meno diversi racconti. E’ molto narrativo come luogo. Intanto il fascino dell’oceano. Si parte, si arriva, si annega, si naufraga, si muore, si ama, si pesca, si allevano ostriche, si fa il barbecue sulla spiaggia… Forse è quell’atmosfera azzurrognola, le nebbioline sfilacciate scaturite dall’incontro della corrente gelida del Benguela con la terra calda della Namibia; oppure l’acqua fredda che ha il colore scuro del dorso di una balena; o forse ancora quel suo essere fra Luderitz e la sua città fantasma dei diamanti e la Skeleton Coast e la sua costa mortifera di fantasmi navali e relitti, che me la fanno sembrare un’ottima ambientazione per i più svariati racconti, dagli onirici viaggi di Lovecraft alle paure lucide di Poe ai racconti dei pirati di Stevenson (c’è una Skeleton anche ne’ L’isola del tesoro) a racconti di amori perduti, figli che cercano i padri partiti quando loro erano in fasce, partiti per la caccia grossa, per i diamanti, per le miniere, per altri amori… Qui la sabbia mangia le case, tende a coprirle, vorrebbe coprirle sempre di più e ingoiarsele – non suona come l’inizio di un racconto dell’assurdo? La sera, al Villa Margherita, un’amica mi presenta una coppia di amici. Lui dalla Svizzera lei dalla Spagna, studiosi di non ricordo più bene cosa, qualcosa di complicato (tipo biologia elettronica, o astrofisica molecolare). Lei con i capelli lisci e morbidi lunghissimi fin sotto il culo e un viso da ragazza intelligente. Lui ha un volto simpatico e aperto, franco e rassicurante. Chiacchierando del loro lavoro, e della Svizzera africana (la Namibia), della vetustità della terra su cui siamo, ad un certo punto l’uomo afferma che fra cinquant’anni l’umanità avrà scoperto la macchina del tempo. Resto basita all’idea. Invero a Swakopmund è tutto bello, ordinato, pulito, funzionale, i cibi deliziosi, i negozi accoglienti invitanti, le strade e stradine colorate di passanti di tutti i colori, fra l’architettura vittoriana a tinte pastello le piante i fiori tutto, tutto è bello e invita a godersela… magari con un paio di ostriche… E poi il paesaggio lunare della Skeleton Coast, mentre andiamo verso nord, partendo una mattina grigia, d’un grigio argentato che pare anch’esso lunare. Chilometri e chilometri di luna in terra. Solo l’oceano, lì di fianco, poco alla volta ha perso il suo colore scuro da dorso di balena ed è diventato sempre più azzurro, di un azzurro che fa male agli occhi. Il paesaggio cambia impercettibilmente, senza perdere l’aspetto surreale di un satellite intrappolato nel sogno di uno scrittore di fantascienza. Quindi Tora Bay, un luogo sinistro, un’aria apocalittica da ultimo avamposto prima della fine del mondo. Una sensazione strana a Tora Bay, come se qualcosa di fondamentale finisse lì, si arenasse fra le due casupole di cemento e l’ammucchiamento di tende. Tende di pescatori che, fra lenza e acqua fredda, fra sabbia lunare e nebbia argento, consumano le loro vacanze qui, in questo luogo strano ed estremo; estremo in un modo tutto suo, parco ed essenziale. La pompa della benzina è dentro una delle casupole di cemento, e mentre mi chiedo se non sia pericoloso, penso ai marosi e alle tempeste, alle frustate di sabbia che s’infiltrano ovunque e corrodono. L’oceano. Misterioso, prepotente, mormorante. Ce lo lasciamo alle spalle. Ci addentriamo. Andiamo verso il Damaraland, il paesaggio più incantevole del mondo. Inevitabilmente mi fa pensare alle fate e ai folletti, credo per via della magia che mi pare abbia la Bellezza da queste parti. La Bellezza. Mentre sfilano lungo i bordi della strada, occasionali come fiori, rudimentali banchetti di legni fortuiti che per pochi spiccioli vendono pietre semipreziose e grezze – alcune di esse in particolare, in certe zone della Namibia si trovano ad ogni piè sospinto. Iniziano a vedersi animali qua e là, springbook e oryx, uccelli giganti e tarantelle. Sulla terra porpora d’un colore che vien quasi voglia di mangiarla, spuntano sempre più frequenti i ciuffi un po’ punk dell’euphorbia damarana, velenosissima eppure digerita da kudu e rinoceronti. Opuwo la terra degli Himba. La notte dell’ultimo dell’anno è una notte come un’altra, a Opuwo, che in lingua locale vuol dire “la fine”. La fine di cosa? Non certo del Paese, che più a nord prosegue fino alle Epupa Falls. La fine del mondo nemmeno: questo posto non ha nulla a che vedere con Tora Bay e la sua ambigua aria di frontiera del nulla. La fine degli Himba? Non direi. Direi che per ora stanno convivendo (o imparando a convivere – con noi turisti?) molto più che soccombere. Direi la fine della vita. Qui verrei a contare gli ultimi giorni, a morire in pace, morire in un posto così non mi dispiacerebbe. E nemmeno viverci, credo. Potrei fumare quello che fumano gli Himba – ho fatto un tiro quando siamo andati a fare la visita,un piccolo tiro da quella piccola pipa gialla che si passavano; non parliamo nessuna lingua in comune, c’era la cosiddetta guida locale, ma volevo provare ad arrangiarmi da sola e la vecchia signora himba ha capito al volo e mi ha passato subito la pipa, ho fatto un tiro minuscolo ma l’ho sentito, dritto in testa, piacevole… Ho chiesto alla guida: è un tabacco che si coltivano. Bene. Oppure… beh ci vivrei bene. Anche come himba, credo. Pensare a molte meno cose (mangiare, bere, la capanna, le stagioni, il fuoco sacro, l’ocra sulla pelle) e contemplare, fumare… Interagiscono – come è giusto che sia, sono esseri umani e lo capiscono, d’istinto, senza nemmeno aver studiato Aristotele. Sarebbe ipocrita pensare di poterli mettere in una campana di vetro nella quale i nostri germi comportamentali non possano intaccarli; sarebbe ipocrita, anacronistico e impossibile. La crescita, per tutti, si ha nel dialogo e nell’arricchimento reciproco – almeno, così dovrebbe essere. E’ stata un’esperienza significativa. Oh, se fossimo tutti un po’ più himba…! Hobatere. Hobatere Lodge andò a fuoco uno o due giorni dopo la nostra dipartita dallo stesso. Per ora non sembrano avere intenzione di ricostruirlo. Ne approfitto per omettere – quella verdeggiante parentesi di relax, mentre leggevo Berlin Alexanderplatz nella dependance sospesa sopra la zona ristorante, tutto il verde davanti a me, e vivevo il bizzarro contrasto tra il freddo-angoscia dell’inverno berlinese e il caldo-meraviglia dell’estate namibiana. Soprattutto tralasciare il sorriso di un ragazzo, quella sera, che ora mi fa sentire un po’ sola. Etosha Park. La stagione delle piogge inizia in anticipo. Grandi amassi nuvolosi color indaco e violetta nel cielo comunque azzurro. Le nuvole della Namibia appaiono di una consistenza particolare, difficile da spiegare, come godessero di un surplus di pixel, o di un surplus di uno e zeri se fossero in un computer, che le fa sembrare più turgide e sceniche del normale – come fossero delle ipernuvole nell’iperteatro del cielo. Nel parco è emozionante “guadare” con la jeep strade che sembrano fiumi in miniatura, imprevisti, mentre ai lati compaiono distese liquide che indovini dovevano essere un misto di bush e terreno grullo. Distese d’acqua inconsuete e benvenute, in una terra dove l’acqua vale più dei diamanti. Le pozzanghere, piccole o immense, riflettono ciò che le circonda e le sovrasta, in un gioco di moltiplicazione dei paesaggi e dei colori stravolgente e incantato. Mentre, con tale profusione d’acqua, le pozze che di solito richiamano gli animali a bere sono pressoché deserte, le pozzanghere sulle strade ci regalano a volte emozionanti immagini ravvicinate di bestie che si abbeverano, quasi incuranti di noi, che del resto ce ne stiamo zitti a guardare (le foto certo) e non vogliamo in alcun modo disturbarli. Così una iena, un’enorme giraffa, un camaleonte, un gruppo di leoni, giovani, un paio di maschi e tre o quattro femmine. I maschi indolenti si sdraiano nell’erba; le femmine invece adocchiano degli oryx là in fondo e iniziano l’avvicinamento, sinuose lucide cacciatrici. Il secondo giorno, dalle parti di Andoni, vediamo nella macchia a una cinquantina di metri dalla strada due giraffe, un maschio e una femmina, vicine vicine, impegnate in una serie complessa di movimenti con il collo, entrambe a curvare, abbassare, avvitare quella lunga appendice in sintonia col compagno, a volte colpendo con la testa il petto o il dorso dell’altro (si sente il rumore del colpo), in un’affascinante danza bicefala piena di grazia, mentre i loro fianchi i loro corpi si strusciano appiccicati, ovviamente in piedi, giganti maestosi. Invero si stanno facendo un sacco di coccole, è il loro petting, per così dire; fra un tot di ore, forse verso sera, quando il sole morirà di rosso all’orizzonte, forse proprio allora faranno l’amore. L’Etosha Park è l’eden degli animali. Ne vediamo tanti che non posso elencarli tutti. Mi resta il sogno d’intravvedere un leopardo, nascosto fra i rami di un albero. Ma il leopardo è un animale molto schivo, defilato e solitario – uno molto per i cazzi suoi – forse per questo mi piace tanto. L’Etosha Park è anche la distesa candida e grigia del Pan. Il Pan, quel suo sembrare quasi una chimera, un sogno bianco d’infinito dispiegato in un vasto niente grigio-albino. O forse il Pan è un cuore, il cuore stesso del parco. Infine. Dobbiamo prendere una strada diversa, un po’ più lunga, perché quella programmata è impercorribile a causa degli allagamenti. Le due buone guide tuttavia non fanno una piega e durante il tragitto superano senza difficoltà ulteriori allagamenti. Poco prima di giungere a destinazione, salviamo un furgoncino della Volkswagen in panne nell’acqua. Quando la famiglia scende dal mezzo, vedo le due ragazzine e… le avevo notate, loro due fra centinaia di passeggeri, a Francoforte mentre aspettavo che venisse l’ora (molto tarda) dell’imbarco (problemi di neve), ci eravamo scambiate persino un sorriso, pur non sapendo ancora che saremmo finite sullo stesso aereo. Poi le avevo riviste all’arrivo a Hosea Kutako. Queste strane coincidenze della vita – hanno un significato? Infine la rilassatezza lussuosa e molto efficiente del Mount Etjo Lodge e il loro safari ricco di animali. Questa era l’ultima tappa. La voglia di un nuovo viaggio in Namibia, ancora più ricco – è un’altra storia.

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